La cultura italiana sulle birre artigianali

L’Italia, si sa, è un Paese tradizionalmente vinicolo: la birra, per quanto la sua produzione sia documentata già ai tempi degli etruschi e dell’impero romano, è sempre rimasta in secondo piano. Eppure il movimento birrario artigianale, nato ufficialmente nel 1996 – anno d’apertura di Baladin e Birrificio Italiano – ha da allora conosciuto uno sviluppo notevole.

Sono ormai oltre ottocento i birrifici artigianali propriamente detti e brewpub, e si supera il migliaio considerando anche i beerfirm (ossia le aziende che producono birra presso l’impianto di qualcun altro). Secondo i dati di Unionbirrai, la crescita tra il 2015 e il 2017 è stata ben del 55%. Una cifra che pone l’Italia al quarto posto in Europa per numero di birrifici attivi (dietro a Regno Unito, Francia e Germania) e decima per volume di produzione, per quanto sia solo trentesima in quanto a consumi pro capite (31 litri l’anno, quantità che fa sicuramente sorridere i cechi con i loro 143 litri e i tedeschi con i loro 140). Sebbene solo il 3,1% dei (relativamente magri) consumi totali in Italia sia riconducibile alle birre artigianali, il dato è in crescita costante: un mondo, quindi, letteralmente in fermento, che dà lavoro in maniera diretta a oltre 3000 persone; e che sta tuttora sfidando tutte le previsioni di saturazione del mercato, dato il gran numero di birrifici a fronte di consumi relativamente modesti. Nel 2016, poi, è arrivata anche la definizione legale per le birre artigianali, ossia:

la birra prodotta da un birrificio che non superi i 200.000 ettolitri annui, che sia indipendente da altre società, e che non filtri né pastorizzi la birra.

Fino qui, la lezioncina sui numeri; ma nel concreto, che cosa significa birra artigianale italiana e cultura birraria in Italia? La situazione, in realtà, è abbastanza diversificata e “polarizzata”. Se entrando in un pub non è difficile trovare il classico nerd intento a disquisire dell’ultima Ipa del birrificio Tizio, o della spettacolare sour del birrificio Caio, ben più comune è sentire avventori in ristorante o pizzeria ordinare “una bionda” o “una rossa” - magari suscitando risposte ironiche come quella che mi è capitato una volta di sentire, “Quale bionda? Ne ho tre in azienda, più mia figlia!”. Un errore – quello di identificare le birre unicamente in base al colore – tutto italiano; e consolidatosi perché tradizionalmente le birre disponibili in commercio sono sempre state una “generica” bionda a bassa fermentazione - leggera e beverina, simile alla tedesca Helles, che significa appunto “chiara” - contrapposta ad un’altrettanto generica rossa dai toni biscotto, più dolce e corposa – sulla scorta delle Bock tedesche, o più raramente delle Vienna o finanche delle Scotch Ale. 

Così come è credenza abbastanza comune che la birra artigianale sia quella fatta con materie prime locali (cosa a volte vera in un Paese con molti birrifici agricoli, ma non automatica). Se da un lato quindi il crescere dei birrifici artigianali ha stimolato la passione e le conoscenze del settore, dall’altro molta strada rimane ancora da fare.

Sicuramente molto stanno facendo i birrifici stessi e le molte associazioni di questo settore. Inoltre i birrai, come da manuale per gli italiani, si distinguono spesso per fantasia e creatività: sono così nate reinterpretazioni degli stili classici (capita di vedere delle “Ipa-Italian Pale Ale” o addirittura delle “Isonzo Pale Ale”, in quel di Gorizia); birre prodotte unicamente con materie prime locali o quantomeno italiane (la più nota è la Nazionale di Baladin, ma diverse piccole aziende agricole hanno intrapreso questa strada); e finanche uno stile unicamente italiano ufficialmente riconosciuto, la Italian Grape Ale – birra prodotta con l’aggiunta di mosto d’uva, variabile naturalmente in base ai vitigni presenti nella zona di produzione. 

Inoltre si sono moltiplicati i festival della birra artigianale, che attirano non solo appassionati, ma anche semplici curiosi che magari non avevano mai provato una birra artigianale prima. Birra artigianale che, peraltro, è più facilmente reperibile che in passato: quasi tutti i birrifici artigianali dispongono, se non di un vero e proprio pub, quantomeno di un punto vendita; sempre più ristoranti tengono una carta delle birre; e la birra artigianale compare anche nella Gdo, tanto che alcune catene commissionano ai birrifici la produzione di birre “a marchio”.

Infine, c’è da considerare che è ormai caduto il preconcetto secondo cui la birra artigianale è necessariamente “quella strana”: dopo anni di sperimentazioni anche audaci, tra luppoli particolarmente aromatici e ingredienti curiosi, si sta tornando agli stili “classici”, semplici e puliti, purché “fatti bene” - altro segnale di come anche i birrai artigianali siano sempre più capaci e formati, perché è più difficile fare una birra senza fronzoli che una che, nel suo saper stupire, consenta di nascondere eventuali difetti. E non a caso ormai in tutti i concorsi internazionali viene premiata la birra artigianale italiana: all’ultima edizione dello European Beer Star, ad esempio, si sono contate 19 medaglie alle birre italiane, 13 al Brussels Beer Challenge, e addirittura 37 al Barcelona Beer Challenge. Insomma, un mondo giovane ma in evoluzione, che saprà certamente riservare interessanti sviluppi.

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