«Una birra, per favore!». A tutti sarà sicuramente capitato di sentire una frase del genere in un bar o ristorante, in particolare in Italia – per quanto accada anche in altri Paesi. Eppure si tratta di un’ordinazione, in sé e per sé, incompleta: ve lo immaginereste qualcuno che al ristorante ordina “una pasta”, senza specificare se la desidera al ragù, al pomodoro o alla carbonara?

Tuttavia, per prassi consolidata, in assenza di altre specificazioni il cameriere ci servirà una birra bionda, tendenzialmente lager. Del resto, sa di andare sul sicuro: secondo la ricerca “L’estate della birra al ristorante” di Fondazione Birra Moretti e “Noi di Sala” (un’associazione che raggruppa i professionisti italiani di sala e cantina), le Lager bionde – fondamentalmente Helles e Pils – sono le preferite dal 70% degli italiani nella stagione estiva, quella in cui si concentrano la maggioranza dei consumi. Soltanto il 30% sceglie altri stili – non tutti di colore scuro, peraltro: per cui è ragionevole ritenere che rosse, ambrate e scure coprano una percentuale minoritaria.

Perché gli italiani preferiscono le bionde?

Le ragioni sono molteplici, e sicuramente la componente storico-culturale ci consente di avanzare alcune ipotesi di spiegazione. Innanzitutto, in un Paese vinicolo qual è l’Italia, la birra ha tradizionalmente ricoperto un ruolo di bevanda “facile”, fresca e dissetante – quasi a mo’ di bibita, verrebbe da dire – e per questo più consumata nei mesi estivi. Le lager chiare, essendo tra gli stili che meglio rispondono a queste caratteristiche, incontrano quindi più facilmente i favori dei consumatori.

A ciò si aggiunge il fatto che l’Italia, per ragioni storico-geografiche, ai tempi della nascita dell’industria birraria era legata principalmente alla tradizione birraria germanica: nomi come  Dreher, Forst e Dormisch – ma anche la Moretti e Pedavena, in territori sotto il dominio austroungarico fino alla seconda metà dell’Ottocento –, che hanno fatto la storia della birra nello Stivale, testimoniano questo legame che si è mantenuto a livello di “cultura generale”. Per quanto la tradizione birraria tedesca sia quella che conta il maggior numero si stili in senso assoluto, e naturalmente non si tratti di tutte birre bionde, è altrettanto vero che sono appunto le chiare ad avere maggiore diffusione commerciale in virtù della loro semplicità di beva e versatilità. Un insieme di fattori storici, sociali e culturali che, rafforzandosi l’uno con l’altro, possono darci alcune spiegazioni sul perché il consumatore medio italiano continui non solo a preferire le birre chiare, ma anche a identificare la birra genericamente intesa con queste tipologie – tanto che viene anche chiamata “la bionda bevanda”. Il che, peraltro, ha pure ingenerato un po’ di confusione, portando a credere che “la bionda” sia non un colore ma uno stile – identificato appunto con la Helles: gli stili di birra bionda sono decine, e diversissimi tra loro.

Naturalmente, con il crescere della cultura birraria, dell’interesse per la birra, e della disponibilità di birre dall’estero, gli italiani si sono affacciati ad un gran numero di stili (e colori) diversi di birra, e non la consumano più solo come antidoto alla calura; ma, come il sondaggio sopra citato testimonia, le bionde continuano a incontrare i maggiori favori anche al di là delle “storiche” lager chiare di impronta germanica. È il caso ad esempio delle bionde di tradizione belga: nomi come Affligem, St. Feuillen, La Chouffe, o la celeberrima Kwak – da bersi di preferenza nel caratteristico bicchiere da cocchiere con supporto in legno, come la tradizione vuole – si sono guadagnate l’interesse del consumatore italiano. Birre che, pur non risultando così complesse da scoraggiare la bevuta, esibiscono comunque maggior carattere rispetto alla “bionda” canonica: una possibilità quindi di unire una relativa facilità di beva alla ricerca di aromi e sapori più elaborati.

Di Chiara Andreola
Sommelier della birra